La torbiera

La torbiera alcalina

Parlando della torbiera alcalina della zona dei Quadri di Fagagna, mi sorprendo spesso a chiamarla affettuosamente “la mia torbiera”, la considero quasi un pezzetto del mio cuore, forse perché è stata una mia scoperta. Fresca di laurea in Scienze naturali, facendo tesoro degli insegnamenti dell’insigne botanico professor Livio Poldini (che ho avuto la fortuna di conoscere all’Università di Trieste) nell’ormai lontana primavera dei 1984, ho individuato fra i prati umidi della zona dei Quadri un brandello di prato torboso.

TORBIERA1_01_04L’anno dopo (1985) la Comunità Collinare dei Friuli e il Comune di Fagagna commissionarono ad una cooperativa di Trieste (la Naturstudio) un’indagine multidisciplinare che avrebbe dovuto rilevare il pregio naturalistico dei Quadri e costituire l’eventuale motivazione scientifica per la loro tutela. In quell’occasione, uscendo in campagna con i ricercatori, suggerii loro di prendere in esame anche la torbiera, quale ultima propaggine della zona umida dei Quadri. E questi, alla fine della loro indagine, confermarono le mie supposizioni: di tutto il complesso degli ambienti umidi della zona la torbiera rappresenta l’elemento più prezioso e peculiare e la proposero infatti quale zona di “riserva integrale” della futura Oasi Naturalistica dei Quadri, cioè zona che dovrà essere preservata nella sua integrità.

Questo ambiente è cosi interessante perché si è trasformato lentamente nei secoli seguendo una naturale evoluzione, inoltre la sua composizione floristica e la sua stessa costituzione possono essere considerati testimonianza degli eventi geologici che interessarono la zona di Fagagna nel Quaternario. Durante le glaciazioni Quaternarie (alcune decine di migliaia di anni fa) scesero dalle Alpi potenti lingue glaciali incanalate nelle valli maggiori. All’azione modellatrice di una di queste (il ghiacciaio Tilaventino) si devono l’origine delle nostre colline e le numerose depressioni scavate fra le morene. Queste depressioni, dal fondo impermeabile, si riempirono di acque meteoriche e delle stesse acque di fusione dei ghiacciaio al suo ritiro; si originarono così un grande lavo (il lago dei Campo di Osoppo) e vari bacini lacustri minori e acquitrini. Tutti gli specchi d’acqua nel tempo vengono colmati pian piano dall’apporto detritico e dalla vegetazione palustre. Anche i bacini lacustri intermorenici seguirono questa evoluzione; del più grande (quello del Campo di Osoppo) rimasero due piccoli laghetti residui: quello di Cavazzo e quello di San Daniele. Degli altri numerosi bacini più piccoli, che si interrarono più velocemente, restarono come testimonianza numerose zone paludose e le torbiere come la nostra. È in queste torbiere, caratterizzate da un microclima fresco (grazie al fondo torboso che crea ristagno d’acqua) che si sono potute conservare alcune piante definite “relitti glaciali“, poiché sono elementi di flora alpina che erano scesi dalle Alpi durante le glaciazioni. Si capisce da ciò come questi ambienti rappresentino vere e proprie “reliquie” della natura, ma la loro sopravvivenza è legata a delicati equilibri: basta un semplice drenaggio per comprometterne in modo irreversibile la fisionomia.

Appena scoperta la torbiera a Fagagna, rendendomi conto della precarietà della sua esistenza (nel piano regolatore tutta la zona dei Quadri era inserita in zona E, zona considerata agricola e priva di quegli speciali víncoli che avrebbero dovuto salvaguardare l’integrità della torbiera) ho cominciato la mia battaglia su due fronti, sia come singolo cittadino che all’interno dell’associazione Amici dell’Oasi, in cui ho trovato un cospicuo gruppo di Fagagnesi sensibili come me ai problemi ecologici. A più riprese io e i soci dell’Associazione abbiamo richiesto all’amministrazione Comunale di attuare un’opportuna variante al Piano Regolatore e comunque di intervenire a difesa di un bene cosi prezioso. Devo dire che gli Amministratori hanno risposto sempre in modo positivo alle nostre sollecitazioni impegnandosi pubblicamente (proprio ad una delle assemblee dell’Associazione) sia ad acquistare la torbiera che a tutelarla dal punto di vista normativo. Ed è nel 1992 che è stata resa attuativa una variante al Piano Regolatore che stabilisce per tutta la zona dei Quadri speciali vincoli atti alla conservazione di tutte le aree naturali (esempio: divieto di canalizzazione, di disboscamento e di aratura delle aree a prato e a zona umida). A causa del frazionamento della torbiera, che apparteneva a diversi proprietari, le trattative dell’acquisto si sono protratte nel tempo, ma proprio in questo periodo, finalmente, gran parte della torbiera è diventata patrimonio della collettività di Fagagna, come dovrebbe essere per tutte le cose rare, e quindi preziose, che rimangono in natura. Che la nostra torbiera sia proprio una rarità ce ne ha dato ulteriore conferma il professor Poldini in persona che è venuto di recente a compiere un rilievo della vegetazione: egli ci ha comunicato infatti che oltre alla presenza dei relitti glaciali che caratterizzano un po’ tutte le torbiere friulane, dalle colline alla pianura (Primula farinosa, Pinguicola alpina, Crepis froelichiana, Parnassia palustris, Tofieldia calyculata, Euphrasia marchesetti … ), ve n’è uno (Rhynchospora alba) che non si ritrova sotto la linea delle risorgive e conferisce perciò alla nostra torbiera un carattere particolare e unico. Il Professore in questa occasione ci ha caldamente raccomandato di sollecitare il Comune all’acquisto del restante frammento del prato e di pubblicizzare il più possibile la normativa vigente in tutta l’area dei Quadri: solo la conoscenza e il rispetto di questi vincoli, da parte dei singoli proprietari, potrà assicurare nel tempo la conservazione di tutte le aree naturali e in particolare della torbiera alcalina.

Caterina Z. Brunello